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ilCronista.eu
 
14 gennaio 2018

 

SIRIA

I disertori che fuggono in Europa

Prima che la NATO spedisse mercenari a terrorizzare la Siria con bombe, gas nervini e sgozzamenti, prima che corrompesse molti siriani inducendoli a disertare dall’esercito nazionale, e prima che pretestasse tanta barbarie per ulteriormente invadere il Paese con truppe proprie, un giornale prono all’Occidente Bellico aveva intervistato il capo del governo di Damasco. Alla domanda perché «soffocasse la democrazia», Assad rispose (evoco a braccio): In Siria convivono molte religioni che, se non vigilate nelle relazioni reciproche, possono degenerare e indurre le componenti più radicali a confliggere.
In sostanza Assad, implicitamente ammettendo una “democrazia limitata”, la giustificò come indispensabile antidoto alla guerra civile. Assad non ritorse che tutte le democrazie del mondo, a principiare da quella degli Stati Uniti e giù giù sino all’Italia del parlamento dei pupi, sono condizionate dai poteri forti, i quali ossequiano la sovranità popolare purché non contrasti con l’arbitrio loro; né Assad ritorse che la NATO, la stessa che ora pretendeva dar lezioni di democrazia alla Siria, aveva appena dimostrato, bombardando e squartando la Jugoslavia, come la pretesa di portare la democrazia a Belgrado fosse mero pretesto per occupare militarmente il Paese, frazionarlo in Stati-cuscinetto e saccheggiarne le risorse. Assad si limitò ad ammettere ciò che ogni Paese NATO nega: che il primo dovere di un governo è preservare la pace interna a ogni costo, anche a quello di limitare la sovranità popolare quando questa minaccia di picconare la Costituzione e soccombe alle lusinghe di qualche santo liberatore straniero.
Veniamo all’oggi e leggiamo gli esiti dell’invasione della Siria nelle molte mappe che disegnano lo smembramento del Paese. Tutte si differenziano perché ogni esercito in campo traccia i confini che gli fanno comodo, ma tutte condividono un’immagine di fondo innegabile: la guerra civile scatenata, armata e a volte direttamente condivisa dalla NATO ha cantonato il legittimo governo Assad in una porzione minoritaria del Paese. Il resto è condiviso da milizie al soldo di governi stranieri e da quelli confinari, che profittano del caos per rosicchiare terra al vicino.
Sono confini cangianti, in armonia con l’avanzare e l’arretrare degli schieramenti in campo: da una parte Assad e alleati (principalmente Russia e Iran); sul fronte opposto la NATO e alcune petromonarchie, in mezzo la schiera di quelli che tengono i piedi in due scarpe, come la Turchia e altre petromonarchie. Per il  momento Assad e alleati sono in vantaggio ma gli accordi che si profilano sanciscono vittoria e sconfitta per ogni compagine: la NATO ha rinunciato a detronizzare Assad e a spezzettare il Paese secondo il disegno primigenio ma la Siria deve rassegnarsi comunque a essere mutila di gran parte del proprio territorio, a beneficio di Stati-cuscinetto sul calco jugoslavo e dunque propaggini della NATO o di altri poteri regionali, come la Turchia, Israele, le petromonarchie. È il saldo confinario di una guerra che avrebbe avuto ben altro esito se i cittadini siriani, arruolati o abili alle armi, le avessero imbracciate per difendere la patria. Invece l’hanno tradita. Sono venuti meno al loro dovere, civico e morale, di fare resistenza contro gli invasori. Invece se ne sono lasciati sedurre. Oppure si sono imboscati nelle retrovie, campando di sciacallaggi. Oppure sono fuggiti in Europa reclamando
status di rifugiato politico, così incassando le prebende largite da Stati-aziende che, pur di arruolar manodopera fresca e a buon mercato, fingono di scorgere in ogni immigrato un perseguitato in fuga da regime dispotico…

di Gian Carlo Scotuzzi

(L’articolo completo è riservato)

 

ARTICOLO CORRELATO, DA DA RÉSEAU VOLTAIRE DEL 9 GENNAIO 2018

Il piano francese per riconoscere il “Rojava”

La discussione in Francia su dove giudicare gli jihadisti francesi è in realtà un falso dibattito, animato da una televisione e un giornalista che nascondono al pubblico i propri intrecci, un dibattito finalizzato, in realtà, a preparare le condizioni per potersi sbarazzare delle testimonianze sul ruolo militare della Francia contro la Siria. Sperando che gli alleati lo accettino, la Francia allestisce le condizioni per il riconoscimento di uno Stato fantoccio, il “Rojava”, modellato su quello del “Kosovo”.

di Thierry Meyssan

 
 
10 gennaio 2018

 

IL CIRCO DEI DISINFORMATORI

Spacciatori di soporiferi

Per distogliere il popolobue dai problemi reali che lo assillano, politicanti e media di regime europei lo intrattengono e lo assillano con un minestrone di amenità, fantasmi paurosi, roghi di streghe, esche di facili arricchimenti, emozioni suscitate da resoconti violenti e scandalosi, il tutto condito con falsità e censure che negano comprensione degli eventi reali e importanti, dallo sfascio della sanità alle casse pubbliche depredate, dal peggioramento delle condizioni di lavoro alla giustizia negata, dallo smantellamento dello Stato sociale alle guerre coloniali spacciate per umanitarie, dall’importazione dissennata di manodopera al macello di utenti della strada. È pur vero che questo intontimento dei consumatori-elettori è propiziato dalla passiva complicità di chi lo subisce, quando non anche dall’entusiasmo di quanti addirittura lo invocano.
Ecco una rassegna degli episodi più eclatanti che marcano la degerazione del peggio: dal
Panem et circenses ai circenses e basta.

 

ARTICOLI CORRELATI:

Indietro Savoia!

Per mascherare l’incostituzionalità di uno schieramento politico guidato da un pregiudicato legale nonché impresentabile morale, la lobby affaristica sorretta dalla telecrazia non esita a chiamare in servizio ex reali squalificati dalla storia. E schiere di italioti, rimasti in cuor loro allo stadio di sudditi monarchici, battono le manine…

 

La lapide in giardino

Nella campagna francese dove i prati coprono i resti di centinaia di migliaia di soldati mandati a morire dai governi di Parigi e di Berlino, succede che un cittadino tedesco, che comprò casa a Bitche, paese di cinquemila abitanti nel dipartimento della Mosella, collochi in giardino una stele a ricordo dei compatrioti della 17^ Panzergranadier Division, sterminati dalla seconda guerra mondiale. Una lapide sobria, senza alcun richiamo ai fasti e nefasti di vincitori e vinti, senza emblemi né stemmi né ammiccamenti nostalgici (men che meno svastiche), una pietra grigia di 70 x 50 centimetri, spessa cinque, simile a quelle che i poveri piantavano un tempo al cimitero: un pensiero alle vittime del militarismo del secolo scorso. Eppure la magistratura di Sarre ha mandato i gendarmi a sequestrare la lapide e ha aperto un’inchiesta per «apologia di crimini contro l’umanità», come se piangere le vittime di un crimine equivalesse a elogiare chi l’ha commesso. E i politicanti, insensibili alle devastazione del fascismo odierno in cui si camuffa la mediacrazia, enfatizzano l’episodio per riscuotere benemerenze antifasciste, da monetizzare alla prima tornata elettorale…

di Gian Carlo Scotuzzi

(Gli articoli sono riservati)

 
 
9 gennaio 2018

 

VIAGGI-MERENDA

Massimo D’Alema a Teheran

Ieri l’ex primo ministro Massimo D’Alema e altri 200 “utili partecipanti” da tutto il mondo erano ospiti del governo iraniano. Che ci sono andati a fare? Ufficialmente, a partecipare alla Seconda Conferenza Mondiale sulla Sicurezza, che si è svolta in un’unica giornata ed è stata dedicata soprattutto a incontri bilaterali. Come quello tra il dirigente politico italiano e il ministro degli esteri iraniano, Mohammed Javad Zarif, immortalato in una foto cui la stampa locale ha dato grande risalto, corredandola di rendiconti declinanti le rituali banalità che i diplomatici si scambiano quando non devono dire nulla. In realtà, dietro le quinte di questa dispendiosa adunata…

di Gian Carlo Scotuzzi

(L’articolo è riservato)

 
 
8 gennaio 2018

 

IRAN

Mahmoud Ahmadinejad

di Gian Carlo Scotuzzi

(L’articolo è riservato)

 
 
6 gennaio 2018

 

MEDIORIENTE ALLARGATO

Tra pessimismo dei subordinati e ottimismo dei negligenti

L’odierno rinfocolarsi dell’aggressione mediatica all’Iran ‒ sintomatica o prodromica dell’opzione bellica ‒ alimenta analisi geopolitiche diametralmente complementari: da un lato coloro che si sono rassegnati all’ineluttabile avanzata della diplomazia delle cannoniere e dunque spronano Teheran a fondere la teocrazia democratica nel crogiolo della globalizzazione ideologico-capitalista di stampo statunitense; dall’altro coloro che, affezionati alle stratificazioni sociali di ceppo marxiano, misconoscono o negligono il formarsi e il mutare di ceti aggregati da dinamiche meramente consumistiche, goderecce ed emozionali che, servite e asservite da dispositivi elettronici mutanti, richiedono agli analisti politici uno sforzo continuo di aggiornamento tecnologico e di ideazione di nuovi metodi di predicazione valoriale.
La somma di questi due opposti eccessi in-culturali, dà zero, cioè zero ostacoli all’eradicazione o all’aborto di sperimentazioni di forme di gestione della cosa pubblica inglobanti crescenti spazi di giustizia distributiva e di solidarietà sociale, dunque prefiguranti un socialismo economicamente competitivo con il capitalismo.
Ma ecco emergere, tra i baratri del pessimismo (estraneo all’intelligenza) e dell’ottimismo (saturo di volontà), di novelli messia che, lungi dal richiamarsi a categorie obsolete come “popolo” e “democrazia”, si appellano a ben altre, efficienti e affidabili risorse…

di Gian Carlo Scotuzzi

(L’articolo è riservato)

 

CORRELATO, DA MONDIALISATION.CA DEL 4 GENNAIO 2018

Nessun regime change a Teheran

di Bruno Guigue

 
 
5 gennaio 2018

 

MAIEUTICA A BENEFICIO DEL POPOLOBUE

Mettiamo pure…

…che quanto riferisce da mesi la stampa atlantista a proposito del conflitto mediorientale sia vero, cioè che:

1.
Lo Yemen ha lanciato contro l’Arabia Saudita missili di fabbricazione iranian
a.
E allora? Da oltre un anno l’Arabia riversa sullo Yemen, Stato sovrano e indipendente, una gragnola di bombe che hanno ucciso decine di migliaia di civili, coventrizzato villaggi e quartieri cittadini, immiserito milioni di persone, provocato una carestia e un’epidemia di colera in danno di centinaia di migliaia di persone. E tutto questo perché i cittadini dello Yemen hanno osato cambiare il loro governo, sostituendolo con uno meno prono all’Arabia. Ebbene: perché gli yemeniti non dovrebbero tentare difendersi? Perché non dovrebbero avere il diritto di replicare alle centinaia di bombe sganciate sulle loro case dall’Arabia con almeno tre modesti missili, l’ultimo sparato ieri? Tre di numero, sì, perché di più non ne hanno o non vogliono usarne. Si noti: nessuno dei tre è andato a bersaglio e tutti sono caduti nel deserto, senza colpire essere umano. E dove potrebbero aver acquistato, gli yemeniti, questi missili se non da Paesi che hanno la tecnologia per fabbricarli e sono disposti a venderli? Li hanno comprati dai mercanti internazionali di armi, che se ne sono forniti in Iran. Allo stesso modo in cui l’Arabia si fornisce di bombe e mine antiuomo da una società tedesca che le fabbrica in Lombardia e in Sardegna; o l’Esercito Islamico si approvvigiona di armi francesi e tedesche e americane per massacrare i siriani a centinaia di migliaia.
Ebbene: perché neppure il sindacato CGIL si scandalizza se i suoi iscritti fabbricano mine che mutilano anche i bambini a centinaia di migliaia né alcun parlamentare ha da ridire se l’italica industria bellica fornisce armi di distruzione di massa alle dittature amiche dell’Italia e della NATO, mentre si scandalizza se lo Yemen compra armi dall’Iran?

2.
L’Iran sta cercando di costruire la sua prima bomba atomica.

E allora? L’ONU riconosce a ogni Paese membro il diritto di difendersi con armi adeguate, cioè proporzionate a quelle degli avversari, se no servono a niente. Gli Stati Uniti furono i primi a dotarsi di ordigni nucleari, col pretesto che la Germania avrebbe tentato di fabbricarne in passato e che l’URSS avrebbe potuto fabbricarne in futuro. Oggi gli Stati Uniti sono la prima potenza nucleare mondiale, davanti a Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia, Israele, India, Pakistan. Fermiamoci a questo elenco ufficiale, monco di Stati che l’atomica ce l’hanno ma negano di averla. Dunque otto Paesi sono autorizzati a detenere arsenali atomici per decine di migliaia di testate (gli USA da soli ne vantano 40.000), mentre l’Iran non può provare a fabbricarne neppure una?! Con che diritto gli Stati Uniti e i loro flabelliferi, a cominciare dall’Italia che ospita centinaia di atomiche made in USA, negano al governo iraniano ‒ peraltro democraticamente eletto con un’affluenza di gran lunga superiore a quelle registrate in USA e in Europa ‒ di attrezzarsi di strumenti di difesa idonei a contrastare eventuali offese?

3.
In Iran si violano i diritti umani.

Quando i poliziotti iraniani arrestano terroristi si comportano come i poliziotti di ogni altro Paese del mondo, compresi quelli americani e italiani: lungi dall’offrirgli il tè, li strapazzano quanto basta per indurre i presunti rei a confessare crimini e a rivelare i nomi dei complici per poter così scoprire i mandanti e disinnescare ulteriori complotti e bombe. Quando voi sentite alla tivù che «l’arrestato è stato torchiato per notti intere finché ha confessato», vuol dire che, come minimo, è stato sottoposto alla tortura negatrice del sonno, e, come massimo, è stato «conciato per le feste», con metodi inquisitori spesso letali, anche se raramente gli uccisori vengono processati per omicidio. Il popolo plaude a chi toglie di mezzo i devianti, purché gli si tacciano i dettagli sgradevoli. In una caserma europea i poliziotti, per indurre un sospettato a confessare colpe che, come successive indagini avrebbero appurato, non aveva commesso, lo appesero fuori dalla finestra, prospettandogli di lasciarlo precipitare. I gendarmi non ressero la presa e il sospettato si sfracellò parecchi piani sotto. Il magistrato assolse i poliziotti, motivando che il sospettato si era suicidato. Più recentemente, in una caserma tedesca, un immigrato, incatenato al letto di una cella e deprivato di ogni effetto personale, inclusi eventuali fiammiferi e accendini, è bruciato vivo. Sentenza assolutoria dei magistrati nei confronti dei poliziotti che lo avevano in custodia: il detenuto si è dato fuoco da solo.
Se simili episodi pertengono la patologia delle democrazie occidentali, peggiore è la fisiologia. All’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001, il governo americano ha varato il Patriot Act: una legge che smantella ogni tutela dei diritti umani. I cittadini americani possono essere incarcerati dalla polizia a tempo indeterminato, senza assistenza legale, senza motivo dichiarato, possono essere deportati nella base militare di Guantanamo (che occupa illegalmente Cuba, in barba al diritto internazionale) o su una nave-carcere per esservi torturati; dai tempi di Barack Obama ogni settimana si riunisce alla Casa Bianca un comitato segreto che condanna a morte, ovunque nel mondo, quanti sono ritenuti minacciare gli interessi degli USA e dei loro alleati. Erano sicari americani, per esempio, quelli che anni fa sequestrarono un imam, cittadino italiano, nel cuore di Milano, spalleggiati da funzionari dello Stato italiano. Decollano dalla Sicilia e dalla Puglia, per esempio, i droni made in USA che vanno a sparare missili nelle case di cittadini mediorientali, macellando tutti gl’inquilini. Gli americani si arrogano l’arbitrio extragiudiziale di assassinare chiunque spiaccia al governo di Washington e ai suoi alleati. Eppure queste abiure dei diritti umani fondamentali, celebrate dagli USA e dai loro alleati, nonché i loro crimini planetari non infiammano di sdegno i popoli occidentali, opportunamente impigriti quando non decerebrati, da tivù e dispositivi elettronici, allo stadio primordiale di primati da curva nord: in perenne questua di crociate macellatrici per cui tifare. Come quella ora lanciata da Donald Trump contro l’Iran.
[…]

di Gian Carlo Scotuzzi

(L’articolo completo è riservato)

 

ARTICOLO CORRELATO, DA LE MONDE DIPLOMATIQUE

L’Iran nel mirino

di Serge Halimi

 
 
4 gennaio 2018

 

IN USA E IN EUROPA L’UOMO BIANCO COMINCIA A PAGARE IL CONTO

La rivincita dei Boxer

L’industria e la finanza orientali, massime quella gialla, mostrano i muscoli in Oriente, mentre con discrezione, quasi in segretezza, fagocitano ricchezze in Occidente. Migliaia di aziende, basate a Milano, Parigi, Francoforte, Londra, New York e via elencando i bastioni della ricchezza ammassata da secoli di colonialismo, sono controllate da società asiatiche. Ecco la mappa di un’avanzata economica anticipatrice di umiliazioni anche politiche e che induce i visipallidi più accorti a flettersi al vento dell’Est, negoziando rese e piatendo alleanze…

di Gian Carlo Scotuzzi

(L’articolo è riservato)

 

ARTICOLO CORRELATO, DA LE MONDE DATA ODIERNA, EDIZIONE PER ABBONATI

L’Asia stravolge l’ordine dell’economia mondiale

Secondo l’istituto CEBR,  nel 2018 l’India otterrà il quinto posto, davanti a Francia e Regno Unito.

di Marie de Vergès

 
 
3 gennaio 2018

 

SFRUTTAMENTO DELLA CREDULITÀ POPOLARE

«Sborsa e adotta un orfano tibetano»

di Gian Carlo Scotuzzi

L’esortazione è rivolta al popolo italiano che la sera intontisce dinanzi alle tivù di regime, dove s’abbuffa d’un intruglio soporifero dagl’ingredienti indistinguibili: favole per adulti-bambini, notizie che negano il senso degli eventi, sollecitazioni al consumo, guardatine erotiche, stimoli piagnoni. Tra questi ultimi segnaliamo quello di un sodalizio che batte cassa «per aiutare gli orfani tibetani», sollecitando il telespettatore ad «adottarli a distanza». Il messaggio merita di essere contestato non tanto perché falso e grezzo ben oltre l’indecenza e ‒ dal punto di vista del nostro diritto naturale, anche oltre la legalità ‒ ma perché rivelatore del livello di dabbenaggine e ignoranza cui è precipitato il teleutente medio.
Lo spot pubblicitario alterna primi piani di bambini truccati come bambolotti, nei loro costumi tradizionali, durante una festa, a querimonie che, richiamando in servizio i sedimenti della decennale propaganda bellica diffusa dai media occidentali sul Tibet, lo ribadisce schiavizzato dai comunisti cinesi, che dunque, nel paralogismo dello spot, vanno ritenuti responsabili dell’orfanato. Vediamo se è vero.
Il Tibet non è uno Stato oppresso dalla Cina. È una regione della Cina, come la Lombardia lo è dell’Italia. Le peculiarità del Tibet rispetto al resto del Paese, sono due. La prima è geofisica: si estende soprattutto ad altissima quota, dove si ergono le cime più elevate del mondo. Dunque: temperature, flora e fauna che rendono ardua la sopravvivenza e rallentano lo sviluppo dei fattori produttivi, impedendo alla regione di progredire allo stesso ritmo delle altre. Seconda peculiarità: il Tibet è reduce da secoli di oppressione da parte di un ordine monastico medievale, che sarebbe stato giudicato sanguinario e barbaro persino nell’Europa dei secoli bui, figuriamoci con i parametri della Cina moderna, che è il secondo Stato più progredito e ricco del mondo e che fra tre anni sarà il primo, surclassando gli Stati Uniti. Nel Tibet monastico il popolo non aveva diritti ma solo il dovere di servire i monaci senza limiti, in condizioni di schiavitù e incorrendo, in caso di disobbedienza, a pene detentive e corporali sino alla morte.
Oltre mezzo secolo fa, Mao, vincendo la guerra civile e instaurando la repubblica comunista, mise fuorilegge la teocrazia monastica, imponendo anche ai monaci tibetani di rispettare le leggi del Paese, che ovviamente vietano a chiunque di sottomettere chicchessia. Il Tibet cominciò a essere liberato dall’isolamento medievale cui i monasteri lo avevano condannato. Lo Stato ha costruito ospedali, ambulatori, scuole, case popolari e via elencando tutte le strutture che caratterizzano le moderne comunità e che invece erano sconosciute ai tibetani-schiavi. In anni recenti, il governo di Pechino ha inaugurato una linea ferroviaria elettrificata che connette il Tetto del Mondo al resto della Cina.
Ai giorni nostri il benessere socio-economico del Tibet non è diverso da quello goduto dalle altre regioni dei Paesi moderni, tenuto conto ovviamente della sua peculiarità altimetrica e del suo retaggio teocratico. Per cui neppure in Tibet l’incidenza dei bambini orfani è diversa da quella riscontrabile nel resto del Paese o in Italia. In Tibet, come ovunque altrove in Cina, non esistono bambini orfani abbandonati, giacché di ogni orfano si fa carico lo Stato, sino al momento in cui non si trova una famiglia cinese (preferibilmente tibetana) disposta ad accoglierlo. Gli orfanatrofi tibetani ‒ che, ribadiamo, ospitano i piccoli sino al perseguito momento della loro adozione ‒ sono ben foraggiati dallo Stato e non hanno bisogno delle elemosine degli italiani stravaccati davanti alla tivù.
La storia e lo status giuridico della regione tibetana sono ben noti a ogni italiano idoneo a esercitare la sovranità popolare insita nel diritto cittadinanza, cioè a ogni italiano dotato di un minimo di intelligenza e di cultura; nonché dotato di quel minimo di autonomia critica indispensabile ad apprezzare l’insensatezza della cosiddetta “adozione a distanza”. A cospetto di questi cittadini i sedicenti elemosinieri pro-orfani tibetani ritirano la mano vuota: il loro messaggio teatrale non fa breccia in persone consapevoli e razionali. Ma va a bersaglio con gli altri, che costituiscono il grosso degli aventi diritto al voto. Ed è questa predominanza dell’emozione e dell’ignoranza sulla ragione e sulla conoscenza a imporre la riflessione che segue…

(L’articolo completo è riservato)

 
 
1° gennaio 2018

 

LETTERE

Chiamata alle armi (politiche)

Manifesto degli italiani onesti, coerenti, insofferenti verso il degrado morale dello Stato e determinati ad affermare i valori di solidarietà e giustizia sociali.

di FNLC, Fronte Nazionale di Liberazione dalla Corruzione

 
 
luglio 1999 - dicembre 2017

 

ARRETRATI

(La consultazione dell'archivio è riservata.)

 

1973 - 2017

 

LIBRI

(La consultazione del catalogo è riservata.)

 
lasmonda la smonda mafro obletter giancarlo scotuzzi hans defregger il cronista associazione giornalisti etici, Martha Fischer Gian Carlo Enrico Scotuzzi Gian Carlo E. Scotuzzi G.C. Scotuzzi G.C.S. GCS G.C.E.S. GCES