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Corpi senza viveri

Élise Rouard, che ha realizzato un documentario sui 45.000 pazienti morti di fame negli ospedali psichiatrici tra il 1940 e il 1945, ha rintracciato gli ultimi testimoni di questo dramma.

di Élise Rouard

Traduzione di Rachele Marmetti

 

Claude ha accettato per educazione di tonarci, temendo però, dopo settant’anni dalla sua ultima visita, di «non ricordar[si] più». Appena arrivato a “Saint-Yon”, come allora veniva chiamato l’ospedale psichiatrico di Sotteville-lès-Rouen (Seine-Maritime), ha però riconosciuto ogni cosa, immediatamente. Nessun dubbio, era proprio quello l’edificio, persino la finestra, cui si è avvicinato quasi di corsa. Fernande era ancora là, emersa dai suoi ricordi di vecchio, in quella stanza ora adibita ad altro. Allora Claude ha detto: «La vedo, con la sua lunga treccia, il suo vestito a quadretti blu e bianchi. E le sue guance…». Con le mani scava le proprie guance per mimare la magrezza della sorella maggiore, prima di concludere: «Era un cadavere».
I ricordi di Claude risalgono al 1941. Fernande aveva 15 anni, portava le stimmate di una meningite. Ogni mese Claude andava a trovarla portandole dei viveri. Un giorno, e lo racconta come fosse ieri, le aveva portato una fetta di prosciutto; Fernande vi si «è avventata», facendola a pezzi con gesti febbrili. L’anno dopo Fernande è morta di fame, come 45.000 pazienti degli ospedali psichiatrici francesi, tra il 1940 e il 1945.
Per ricordare questo dramma, dimenticato dai libri di storia, resta solo un pugno di testimoni. Uno di loro è una donna di 103 anni, Aimée Lebeau, infermiera all’ospedale psichiatrico femminile di Maison-Blanche, a Neuilly-sur-Marne (Seine-Saint-Denis). «Non ha mai raccontato nulla», ci avverte Michel Caire, psichiatra e storico. Tuttavia, Aimée accetta di incontrarci a casa sua. È una parigina ironica, affascinante e divertente. Alla nostra domanda su questa «carestia», dapprima ci risponde sorridendo: «No. Altrove può darsi, non alla Maison-Blanche». Gli archivi di Parigi potrebbero aver conservato le liste dei pazienti deceduti di quest’ospedale? Può darsi che vi troveremo qualche nome… Ci siamo andati: ci vorrebbe un intero quaderno, perché i registri dei decessi alla Maison-Blanche del periodo 1940-1945 sono grossi il doppio di quelli degli altri anni. Solo in quest’ospedale, in cinque anni, sono morti 2.700 malati.

«La zuppa era acqua sporca»

Torniamo da Aimée e le mostriamo i dati. «Così tanti morti? — esclama, sinceramente meravigliata — Se siete andati agli archivi, allora è vero». Di colpo, la vecchia signora si lascia andare e, indignata, ci dice: «Sono tutte morte di fame. È ora di dirlo, eh!». Tutto quello che non ha mai confidato ad alcuno, nemmeno alla sua famiglia, oggi lo vuole confessare a noi. Ci vuole raccontare delle sue pazienti, le «pazze» che ha accompagnato fino alla fine, trenta in ciascun padiglione, senza medicine. «Cercavamo di parlare con quelle che erano in grado di farlo», ci assicura Aimée. Ma la morte era là, vicinissima… «Dapprima un edema alle gambe. Una bolla d’acqua che saliva lentamente, ci volevano mesi. E il giorno in cui arrivava al cuore… paf, era tutto finito». Perché aver taciuto fino a ora? «A che sarebbe servito? I matti? Tutti se ne infischiavano! Ebbene, lo sapete, questi malati all’epoca erano considerati belve!».
La fame ha cominciato a imperversare nell’estate 1940, quando Vichy impose un razionamento severo ai francesi. La popolazione se la cavò bene o male con il mercato nero, ma nei manicomi non arrivava più niente: gli appalti non erano più onorati perché nessuno era disposto a impegnarsi per forniture importanti, con scadenze lontane. «Le gamelle erano alte così, racconta Aimée, accompagnando con il gesto la parola. Ma la zuppa era acqua sporca! E il pane era giallo».
«Quando scoppia la guerra i manicomi sono sovraffollati», conferma la storica Isabelle von Bueltzingsloewen, autrice di un’opera sull’argomento (L’Hécatombe des fous, Aubier, 2007). Si stima che il numero di pazienti fosse 120.000 per 80.000 posti letto. «Si può parlare di ghetti. I malati erano già morti socialmente. Poi sono morti biologicamente, col favore della crisi alimentare».
Un altro storico, Samuel Odier, ha ripescato i menu del manicomio di Grenoble, a Saint-Egrève. Rape al mattino e mezzogiorno, cavoli-rapa alla sera, con «15 grammi di manzo», ossia un mini bocconcino di carne. Non si raggiungevano nemmeno le 1.200 calorie giornaliere, meno della metà di quelle necessarie a un adulto.
Paul Clenchard, 92 anni, era economo al manicomio di Montdevergues (Vaucluse): è cresciuto in questo istituto, dove i genitori lavoravano, la madre come infermiera, il padre come autista. Anche lui si ricorda: «Non era il pane a essere giallo, era la farina. Era disgustoso!…». La zuppa era come quella di Aimée, nella regione parigina: «Acqua calda! Cosa ci potevamo mettere?  Niente lardo, né olio, né burro, non ce n’era! Beh… ci si metteva quel che si poteva!». Cioè nulla.
Non c’è stato un ordine delle autorità di Vichy di lasciar morire questi malati. Perlomeno nessuno ne ha trovato traccia. Però, la situazione a livello locale non è chiara. Al direttore dell’ospedale di Montdevergues che, preso dal panico, si rivolge alla prefettura, viene risposto: «Ci sono malati più interessanti dei suoi». A Grenoble, i responsabili di Saint-Egrève ottengono uno stock di riso, accompagnato da queste istruzioni: «Chiedete ai medici di indicare chi può beneficiarne: i malati recuperabili (…), conviene alimentare loro». Se nei manicomi più piccoli talvolta accade che le religiose se ne infischino delle disposizioni e si organizzino per comperare viveri, a Montdevergues, secondo Clenchard, era impossibile: «È bene ricordare che il direttore di un ospedale era in balìa della prefettura, la prefettura in balìa di Vichy e Vichy in balìa dei tedeschi… Non si può pretendere che queste persone non eseguissero gli ordini, anche quando contrari alla morale».
Così Aimée e Paul hanno fatto quello che hanno potuto. Aimée portava le ciliegie del suo giardino, Paul andava a Aix-en-Provence a prendere della pesotte, una specie di lenticchia selvatica che veniva data abitualmente ai cavalli. Certo non era abbastanza. «Morivano di sfinimento», sospira Aimée. «Eravamo impotenti». Forse potevate parlarne con i superiori? «Ma non si parlava con i medici, mia cara! Loro erano dei signori! Noi dei poveretti…».
Alla Maison-Blanche, come altrove, le curve del peso dei pazienti precipitano. Come nel caso di questa donna che, a gennaio 1941, pesava 52 chili e che muore, a settembre dello stesso anno, ridotta a 28 chili. Causa del decesso? Cachessia, magrezza assoluta. Ancora Aimée: «Rimanevano solo la pelle e le ossa, niente più carne. Ecco come morivano». Tutto quel che Aimée può fare è dividere il pane in parti uguali, senza fare torto ad alcuno. Una delle ammalate spesso la insulta: «Bugiarda! Non mi hai dato da mangiare!». Ora Aimée se la ricorda bene: «Era grande… Aveva mangiato del tessuto, credo. Rimanevo impietrita quando mi trattava da bugiarda». Settant’anni dopo Aimée si corregge due volte, ma, alla fine, il nome di questa donna le riviene alla mente. «Pététin, Pététin si chiamava. Oh… Aveva fame, poverina…». Siamo riusciti a ritrovare il suo dossier negli archivi: Irma Pététin, nata Gallice, morta il 1° marzo 1942 dopo vent’anni d’internamento. Suo marito è morto prima di lei. «Naturalmente, conclude Aimée, chi non aveva famiglia era spacciato».
Nel 1942 si tenne il congresso dei medici degli ospedali psichiatrici. La fame che imperversava in tali istituti non fu oggetto di alcun intervento. Indifferenza totale. Alcuni però non sopportano più quel che vedono ogni giorno. Tra questi pochi, capaci di indignarsi, Lucien Bonnafé, un interno avvertito dai suoi amici comunisti che la Gestapo lo sorveglia e che gli conviene essere discreto… Allora Bonnafé si fa nominare a Saint-Alban (Lozère), in un manicomio che serve da rifugio per numerosi resistenti, tra cui il poeta Paul Eluard. Anche lì non c’è da mangiare, così mette alcuni malati in casa di contadini, senza che mai sia accaduto un incidente. Altrove, invece, il comportamento di qualche addetto contribuisce a indebolire lentamente i pazienti. All’ospedale psichiatrico di Clermont-de-l’Oise, i dipendenti pescano così volentieri nelle derrate destinate ai malati che il posto è soprannominato “la Samaritaine”, con riferimento allo slogan pubblicitario del grande magazzino: «Alla Samaritaine si trova tutto».
Alla fine, il 4 dicembre 1942 Vichy è costretto a reagire: una circolare del segretario di Stato alla Sanità, Max Bonnafous, ordina un supplemento di alimenti per gli asili psichiatrici. La storica Isabelle von Bueltzingsloewen ne trae la conclusione che non c’è stata la volontà di Vichy di eliminare i malati mentali facendoli morire di fame: «In periodo di crisi alimentare severa, ci si è sicuramente posti la domanda se la sopravvivenza di questi malati fosse davvero prioritaria. Alla fine, il sentimento umanitario ha prevalso, sicuramente di misura, ma, in ogni modo, ha avuto il sopravvento».

«In pieno Medioevo»

Certamente la Francia non è la Germania che, con il programma T4, ha sterminato circa 200.000 malati e handicappati mentali. Ma la circolare di Vichy è davvero tardiva: quasi tre anni sono trascorsi dall’inizio della crisi, i corpi sono sfiniti. Ovunque è l’ecatombe: 2.700 morti nel manicomio di Aimée, 1.998 decessi a Montdevergues, 3.063 a Clermont-de-l’Oise. In un rapporto, datato 29 novembre 1944, il direttore regionale alla Sanità di Laon, incaricato di visitare l’ospedale di Clermont-de-l’Oise, dà sfogo allo sgomento: «Ho visto un tale spettacolo di affamati che sembrava fossimo ripiombati in pieno Medioevo. Sale piene di malati scarnificati, scheletrici… Quasi tutti coperti di pidocchi e di rogna, con foruncoli e antrace in suppurazione». Un rapporto subito archiviato. All’epoca l’urgenza è ricostruire, anche a costo di chiudere gli occhi.
Trent’anni dopo, a Lione, un altro interno, Max Lafont, riesuma gli archivi e ne ricava un libro di denuncia, L’Extermination douce (AREFPPI, 1987), attirandosi le ire degli storici, in particolare di Henry Rousso, specialista del periodo: «L’armadio di Vichy è già ben stipato, non c’è bisogno di metterci altri cadaveri». Tuttavia, le autorità di Vichy erano responsabili anche dei matti… Max Lafont non ha rimpianti: «Bisogna pur che, tutti insieme, si ammetta che la causa di questo dramma è la vigliaccheria della nostra società verso i più deboli!».
Ancor oggi la polemica non è sopita. Quando, nel 2016, una petizione raccoglie 80.000 firme per chiedere che il dramma venga riconosciuto, l’Eliseo incarica lo storico Jean-Pierre Azéma di stendere un rapporto. Nel documento che redige, Azéma sostiene le tesi di Isabelle von Bueltzingsloewen, ignorando quelle sostenenti che, da parte delle autorità dell’epoca, c’è stata una mancanza, un’omissione di assistenza a persone in pericolo. Nello stesso anno François Hollande pronuncia a Parigi questo discorso: «Quest’ecatombe non è stata voluta, non è stata pianificata, (…) è accaduta per indifferenza, per oblio, per ignoranza». Sulla targa, inaugurata nel medesimo giorno, a proposito delle vittime c’è scritto: «La loro memoria è un richiamo a costruire una società sempre più rispettosa dei diritti umani, che vegli fraternamente su ciascuno dei suoi membri».

 

ORIGINALE:
Corps sans vivres

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