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DA LE MONDE (EDIZIONE PER ABBONATI)

La Germania e il duro addio alla lignite

Culturalmente legato al carbone, il Paese non riuscirà a raggiungere gli obiettivi climatici che si è prefisso.

di Cécile Boutelet

Traduzione di Rachele Marmetti

 

Jänschwalde è un villaggio tra Cottbus (Brandeburgo) e il confine polacco. Superato il bosco di conifere, lo scavo si apre tutto a un tratto, immenso sfregio in un paesaggio fin qui verdeggiante. Lo spettacolo è raggelante. Per decine di chilometri, il suolo è sventrato, fino a 100 metri di profondità. A perdita d’occhio non si vedono che colline di sabbia nerastra, dove non cresce più niente. Entrata in servizio nel 1976, la miniera di lignite a cielo aperto di Jänschwalde si estende per 60 chilometri quadrati.
Al suo passaggio lo sfruttamento ha travolto tutto: decine di villaggi, la vegetazione della morena sabbiosa, tipica della regione, e tutta la fauna che l’abitava. In questa mattina di novembre, solo i corvi svolazzano in questo paesaggio lunare. In fondo allo scavo, un tappeto mobile trasporta la lignite grezza estratta ventiquattro ore su ventiquattro dalla gigantesca escavatrice. Alla vicinissima centrale termica di Jänschwalde i sei camini sono in funzione. All’epoca della RDT i reattori termici e le riserve di lignite di questa regione, la Lusazia, erano un orgoglio della nazione: su questo “oro nero”, simbolo della capacità tecnica e dell’indipendenza energetica, riposava l’utopia socialista.

Meno caro, ma più inquinante

Dal 1989 la centrale dispone di una potenza di 3.000 megawatt ed è la terza in ordine di grandezza del Paese. Secondo i dati forniti dalla LEAG, la compagnia che sfrutta il sito, a pieno regime la centrale inghiotte 82 mila tonnellate al giorno di carbone proveniente dai cinque siti minerari delle vicinanze. Senza tener conto degli appalti, i salariati che vi lavorano sono 80 mila. Solo un decimo di quelli che vi lavoravano all’epoca della RDT. «Economicamente, la regione non dipende più dalla lignite. Però le persone vi sono ancora culturalmente molto attaccate. I loro padri e i loro nonni hanno lavorato qui» spiega Stefan Zundel, professore di economia energetica e dell’ambiente all’università tecnica di Cottbus.
Jänschwalde è una spina nella buona coscienza ecologica tedesca. Una macchia pressoché anacronistica in un Paese pioniere nella transizione energetica, dove oltre il 30% del fabbisogno di elettricità è prodotto da energie rinnovabili. Fra i combustibili fossili utilizzati per la produzione di energia, la lignite è il più a buon mercato, ma anche il più inquinante. Ad alto contenuto di acqua allo stato grezzo, la lignite, prima di essere bruciata per far girare i reattori, deve essere essiccata.
Il magro bilancio in rendimento calorifero fa sì che la lignite sia il minerale la cui combustione sprigiona la maggiore quantità di CO2, oltre a fumi pieni di metallo e polveri tossiche.  Le centrali di lignite rappresentano il 23% della produzione tedesca d’elettricità (sommandolo al 17% del carbon fossile, il carbone rappresenta il 40%), una proporzione che si è abbassata di poco, nonostante la progressione delle rinnovabili.
«Il basso prezzo del carbone sul mercato europeo avvantaggia chiaramente la lignite» deplora Jeannette Pabst, dell’ufficio federale per l’Ambiente. La lignite permette una produzione a basso costo di elettricità; le centrali a gas, meno inquinanti, non sono perciò competitive. E allora le compagnie fanno funzionare a pieno regime le centrali a carbone. Ecco perché la Germania rischia di non raggiungere gli obiettivi che si è data per combattere il cambiamento climatico.
Le emissioni di gas a effetto serra stagnano, dal 2014, a 900 milioni di tonnellate. Se le centrali più inquinanti, come quella di Jänschwalde, non vengono chiuse in fretta, il Paese non ha alcuna possibilità di ridurre entro il 2020 le emissioni di CO2 in rapporto ai livelli del 1990, ossia di portarle a 750 milioni di tonnellate, come si è impegnato a fare. «In Germania le centrali a carbone sono responsabili di 150 milioni di tonnellate di emissione di CO2 l’anno. Non c’è niente di simile in alcun’altra parte d’Europa» prosegue Zundel.
Gli scenari di uscita sono pronti da tempo. Però, sul dossier carbone la Germania si blocca. La questione rallenta le trattative tra conservatori (CDU/CSU), ecologisti e liberali (FDP), che tentano di trovare un terreno d’intesa per formare un governo di coalizione. Ai Verdi, che pretendono un arresto rapido delle centrali a carbone più inquinanti, conservatori e liberali oppongono lo spettro dei problemi di approvvigionamento, sebbene la Germania sia esportatrice di energia. Anche l’industria è divisa.
Per quale ragione i tedeschi, che hanno rinunciato all’atomo in nome dell’ambiente, continuano a essere così legati al carbone? Le ragioni sono culturali ed economiche. «Il vero problema non è mai stato la fine del nucleare, ma porre fine al carbone. C’è un aspetto emotivo: il carbone è legato alla ricostruzione, al miracolo economico del dopoguerra. Era un’energia abbondante e poco costosa. Il nucleare non ha mai garantito altrettanti posti di lavoro» spiega Patrick Graichen, direttore del think-tank Agora Energiewende. «Nella miniera il lavoro è sempre pericoloso. Il senso etico dei minatori è più forte che in qualsiasi altro settore. Il carbone, come l’acciaio, è la culla del sindacalismo e della cogestione alla tedesca» ricorda Theo Grütter, storico specialista della Ruhr.
I posti di lavoro legati alla lignite, sicuramente in forte declino, conservano tuttavia un peso significativo in alcune regioni, particolarmente nella parte orientale, più fragile, della Germania. Sassonia, Brandeburgo e Renania del Nord Vestfalia, i tre grossi länder del carbone, hanno fatto valere tutto il loro peso per impedire l’introduzione di una tassa sulle emissioni del carbone nella primavera 2015.
Sotto la pressione della lobby del carbone, Angela Merkel ha ceduto. Lei, che nel 2007, in posa in abito rosso su un ghiacciaio della Groenlandia, si era autodefinita “cancelliera del clima”, non ha più l’empito del 2011. All’indomani dell’incidente di Fukushima, soltanto pochi mesi dopo aver concesso il prolungamento della vita dei reattori più vecchi, la Merkel era riuscita a imporre la chiusura delle centrali nucleari nel 2022. Un colpo magistrale che le ha assicurato il sostegno degli elettori ecologisti, ma che molti industriali e amici politici non le hanno perdonato.
A Jänschwalde le case non sono più ricoperte di cenere grigia come ai tempi della RDT. Da quando sono stati installati sistemi di filtraggio, in Lutazia si respira un po’ meglio. La gente è consapevole che la lignite ha il tempo contato. Tuttavia, la sparizione di quello che è stato motivo di orgoglio per una regione già declassata, preoccupa. Alcuni manifesti elettorali dello scorso settembre non sono stati rimossi: quelli dell’AFD, il partito di estrema destra, sono ancora ben visibili. Quasi fossero avvertimenti alla “cancelliera del clima”.

 

Un’alleanza mondiale contro il carbone

Su iniziativa di Regno Unito e Canada è stata indetta per giovedì 16 novembre  a Bonn (Germania), nell’ambito della COP23, un’”alleanza mondiale per l’uscita dal carbone”. L’obiettivo è «accelerare una crescita pulita e la protezione del clima» attraverso l’abbandono «rapido» di un’energia a forte emissione di CO2, che garantisce ancora il 40% della produzione mondiale di elettricità. Della coalizione fanno pare altri ventitré Paesi e collettività, fra cui la Francia. I principali consumatori di carbone – Cina, India, Germania e Stati Uniti – non ne fanno parte.
 

 

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