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STAMPA ESTERA
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DA MONDIALISATION.CA

Soltanto la sovranità popolare è progressista

Il 15 ottobre 1987 Thomas Sankara cadde sotto le pallottole dei congiurati, a cospicuo vantaggio della “Françafrique”

di Bruno Guigue

Traduzione di Rachele Marmetti

 

Il 26 luglio 1987, al vertice dei Paesi membri dell’Organizzazione dell’Unità Africana, il presidente del Consiglio nazionale rivoluzionario del Burkina Faso, Thomas Sankara, denunciava il nuovo assoggettamento dell’Africa in questi termini: «Le origini del debito risalgono alle origini del capitalismo. Quelli che ci hanno prestato denaro sono gli stessi che ci hanno colonizzato, sono quelli che gestivano i nostri Stati e le nostre economie, sono i colonizzatori che indebitavano l’Africa attraverso i finanziatori». Il debito del terzo mondo è il simbolo del neo-colonialismo. Rende perpetua la negazione della sovranità, piegando le giovani nazioni africane ai desiderata delle ex potenze coloniali.
Ma il debito è anche l’odiosa martingala,di cui si nutrono i mercati finanziari. È prelevamento parassitario su economie fragili, che arricchisce i ricchi dei Paesi sviluppati a discapito dei poveri delle nazioni in via di sviluppo.
«Il debito (…), dominato dall’imperialismo, è una riconquista sapientemente organizzata per fa sì che l’Africa, la sua crescita, il suo sviluppo obbediscano a norme a noi totalmente estranee, facendo in modo che ciascuno di noi divenga schiavo finanziario, ossia schiavo tout court, di chi ha avuto l’opportunità, la scaltrezza, la furbizia di piazzare fondi da noi, con obbligo di rimborso.»
Era davvero troppo. Il 15 ottobre 1987 Thomas Sankara cadde sotto le pallottole dei congiurati, a cospicuo vantaggio della “Françafrique” e dei suoi succulenti affari. Ma il coraggioso capitano di questa rivoluzione, subito soffocata, aveva detto l’essenziale: un Paese si sviluppa solo se è sovrano e questa sovranità è incompatibile con la sottomissione al capitale mondializzato.  Vicina del Burkina Faso, la Costa d’Avorio ne sa qualcosa: colonia specializzata dagli anni Venti nella monocoltura del cacao d’esportazione, è stata rovinata dal precipitare delle quotazioni e trascinata nell’infernale spirale del debito.
Il mercato del cioccolato vale 100 miliardi di dollari ed è controllato da tre multinazionali (rispettivamente: svizzera, statunitense e indonesiana). Con la liberalizzazione del mercato voluta dalle istituzioni finanziarie internazionali, queste multinazionali impongono le loro condizioni all’intera filiera. Nel 1999 il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale esigettero la soppressione del prezzo garantito per il produttore. I piccoli piantatori si trovarono con il prezzo dimezzato e, per sopravvivere, misero al lavoro centinaia di migliaia di bambini-schiavi. Impoverito dalla caduta del prezzo di mercato conseguente alla sovrapproduzione, il Paese è stato anche costretto a diminuire le tasse sulle imprese. Privato di risorse, schiavo dell’indebitamento e in balia dei mercati, il Paese è in ginocchio.
La Costa d’Avorio è un caso da manuale. Un piccolo Paese la cui economia si fonda sulle esportazioni (il cacao rappresenta il 20% del PIL e il 50% delle entrate delle esportazioni). Il Paese è stato colato letteralmente a picco dagli stranieri, che altro non vogliono se non massimizzare i profitti, con la complicità delle istituzioni finanziarie e la collaborazione dei dirigenti corrotti. Thomas Sankara l’aveva capito: se un Paese in via di sviluppo è asservito ai mercati, la sua indipendenza è pura finzione. Se non rompe gli ormeggi che lo legano alla mondializzazione capitalista, si condanna alla dipendenza e alla povertà. In un libro profetico, pubblicato nel 1985, Samir Amin ha chiamato questo processo di rottura «scollegamento dal sistema mondiale».
Quando si analizza la storia dello sviluppo economico, balza agli occhi un fatto: i Paesi che stanno meglio sono quelli che hanno conquistato la piena sovranità nazionale. La Repubblica Popolare di Cina e i nuovi Paesi sviluppati dell’Asia orientale, per esempio, hanno messo in atto politiche economiche volontaristiche (cioè basate sul primato della pianificazione razionale sull’anarchia del libero mercato, ndt) e promosso un’industrializzazione accelerata. Queste politiche poggiavano – e in larga parte ancora poggiano – su due pilastri: l’indirizzo univoco degli sforzi pubblici e privati, sotto la direzione di uno Stato forte, e l’adozione pressoché sistematica di un protezionismo selettivo.
Questa costatazione dovrebbe bastare a spazzare via le illusioni che si abbeverano all’ideologia liberale. Invece che fondarsi sul libero gioco del mercato, nel XX secolo lo sviluppo di numerosi Paesi fu il risultato della combinazione di azioni le cui regole erano fissate sovranamente dallo Stato. In nessuna parte del mondo si è visto lo sviluppo economico uscire magicamente dal cappello degli economisti liberali. Ovunque fu il risultato di una politica, nazionale e sovrana. Protezionismo, nazionalizzazioni, politica di rilancio, educazione per tutti: è lunga la lista delle eresie grazie alle quali questi Paesi sono scampati ai tormenti del sottosviluppo.
Non se ne dispiacciano gli economisti da salotto, la storia insegna il contrario di quel che pretende la teoria: per uscire dalla povertà vale di più la mano salda di uno Stato sovrano della mano invisibile del mercato. In questo hanno creduto i venezuelani che, dal 1998, tentano di restituire al popolo il beneficio della manna petrolifera, privatizzata dall’oligarchia reazionaria. È questo che progettavano di fare Mohammad Mossadeq in Iran (1953), Patrice Lumumba in Congo (1961) e Salvador Allende in Cile (1973), prima che la CIA li togliesse di mezzo. È questo che Thomas Sankara esigeva per l’Africa, caduta nella schiavitù del debito all’indomani stesso della decolonizzazione.
Si obietterà che questa diagnosi è inesatta, poiché la Cina ha conosciuto un folgorante sviluppo proprio grazie alle riforme liberali di Deng. È vero. Un’iniezione massiccia di capitalismo mercantile nelle zone costiere le è valsa tassi di crescita enormi. Questo dato di fatto non deve però far dimenticare che nel 1949 la Cina era un Paese in miseria, devastato dalla guerra. Per uscire dal sottosviluppo ha compiuto sforzi colossali. Le mentalità arcaiche sono state fortemente scosse, le donne si sono emancipate, la popolazione ha avuto accesso all’istruzione. La strutturazione del Paese, la costruzione di un’industria pesante, lo status di potenza nucleare sono acquisizioni conquistate sotto il maoismo, a prezzo di molteplici contraddizioni.
Sotto uno stendardo ridipinto con i colori della Cina perenne, il comunismo creò le condizioni del futuro sviluppo. Se ogni anno si costruiscono grattacieli in numero equivalente a quelli di Chicago, non è perché la Cina, dopo aver conosciuto il comunismo, è diventata capitalista, ma perché ne realizza una sorta di sintesi dialettica. Il comunismo ha unificato la Cina, le ha restituito la sovranità, l’ha liberata degli strati sociali parassitari che ne intralciavano lo sviluppo. Numerosi Paesi del Terzomondo hanno tentato di fare altrettanto. Molti hanno fallito, generalmente grazie all’intervento imperialista.
In materia di sviluppo non ci sono modelli. Però solo un Paese sovrano, che è riuscito a dotarsi di un apparato di vele sufficiente, può affrontare le tempeste della mondializzazione. Senza essere padrone del proprio sviluppo, un Paese, seppur ricco, s’impantana nella dipendenza e si condanna all’impoverimento. Numerosi Stati, che non avrebbero interesse alcuno a obbedir loro, si trovano impigliati nella rete delle società transazionali e delle istituzioni finanziarie internazionali. A capo di uno di questi piccoli Paesi azzannati alla gola, Thomas Sankara proclamava il diritto dei popoli africani all’indipendenza e alla dignità. Respingeva i colonialisti di ogni risma e li rispediva al loro orgoglio e alla loro cupidigia. E, soprattutto, era consapevole che la sovranità è un’esigenza non negoziabile e che solo la sovranità è progressista.

 

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