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STAMPA ESTERA
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DA MONDIALISATION.CA

La sindrome separatista

di Bruno Guigue

Traduzione di Rachele Marmetti

 

Carles Puigdemont, sotto gli applausi dei dirigenti regionali, ha da poco proclamato «il diritto della Catalogna all’indipendenza». Tuttavia, la storia insegna che questo tipo d’avventura raramente ha esito felice.
Strappato alla Serbia a colpi di B52, il Kosovo si è proclamato indipendente nel 2009. Messo sotto flebo da Unione Europea e NATO, questo Stato fantoccio è stato consegnato dall’emissario ONU, Bernard Kouchner, a una cricca mafiosa, l’UCK, che deve la propria impunità a tale rendita geopolitica. Nel frattempo, la Serbia è stata bombardata e fatta a pezzi. Quanto alla popolazione del Kosovo, non trae alcun vantaggio da un’indipendenza che ha procurato innumerevoli vittime.
Questo quanto accade in Europa. In Africa è ancor peggio. La secessione del Sud-Sudan, patrocinata da Washington, ha provocato una catastrofe senza precedenti. Di una povertà inaudita, devastato dalla guerra civile, a questo nuovo Stato sono rimasti solo gli occhi per piangere. Le multinazionali ne bramavano le ricchezze minerarie e petrolifere, il governo di Washington voleva indebolire il governo di Khartoum [capitale del Sudan, ndr], i leader delle etnie meridionali sognavano l’indipendenza: una combinazione vincente!  Ahimè, il sogno si è trasformato in incubo e i morti si contano a decine di migliaia. Kosovo, Sud-Sudan: indubbiamente il separatismo, quando raggiunge il suo scopo, fatica a mantenere la promessa di un avvenire radioso.
Sicuramente si replicherà che il Kurdistan iracheno potrebbe dimostrare il contrario. Questo popolo senza Stato, bidonato dal trattato di Losanna (1923), potrebbe prendersi una storica rivincita! È il progetto del PDK, diretto dal clan Barzani, ma è arduo da realizzare. Stati sovrani come l’Iraq, l’Iran e la Turchia non accetteranno il loro smembramento a beneficio del nuovo Stato, quand’anche fosse appoggiato sottobanco dal potente protettore, gli Stati Uniti. Per quel che concerne l’alleanza con Israele, c’è da chiedersi se i kurdi si rendano conto che Tel Aviv li sostiene allo stesso modo in cui la corda sostiene l’impiccato. Prudenti, i kurdi siriani dialogano invece con Damasco, che si dichiara pronta a negoziare con loro, appena liquidato Daesh.
Vero caso da manuale, la situazione dei kurdi siriani illustra il vicolo cieco in cui s’infila il separatismo. Infatti, se per caso proclamassero l’indipendenza, per loro si spalancherebbero le porte dell’inferno. Preso a tenaglia tra forze turche e siriane, questo Stato di 1,5 milioni di kurdi nascerebbe morto, sarebbe rapidamente cancellato dalle carte geografiche. Indubbiamente alla fine i kurdi hanno capito che l’autonomia è negoziabile solo a condizione di rinunciare al separatismo e che il futuro del popolo kurdo può risiedere solo in una Siria sovrana e rappacificata. Tuttavia, come già è accaduto in Kosovo e in Sud-Sudan, le velleità separatiste sono manipolate da potenze il cui interesse è destabilizzare gli Stati sovrani. I kurdi hanno l’opportunità di prendere in mano il proprio destino, sbaglierebbero se lo affidassero ai loro falsi amici imperialisti.
In fondo, il separatismo è sindrome che colpisce popoli feriti dalla storia, cui falsi medici inoculano falsi rimedi. I catalani che sognano l’indipendenza hanno sicuramente buone ragioni di avercela con il governo centrale spagnolo. Hanno legittimamente conservato la memoria degli anni neri della repressione franchista. Tuttavia la Spagna del 2017 non è franchista e la secessione catalana la destabilizzerebbe, la ferirebbe. Violare la legge dello Stato spagnolo, Stato sovrano, non è atto anodino. Il separatismo catalano assesterebbe un temibile colpo alla sovranità nazionale nell’Europa del sud, e i “popoli di Spagna” ne farebbero, indistintamente, le spese.
Regione sviluppata, che rappresenta il 19% del PIL spagnolo, la Catalogna non è il Kosovo. Nutrito dalla memoria storica e dall’irredentismo culturale, il movimento separatista catalano non manca certo di stile. Però non raccontiamoci storie, è anche egoismo di ricchi. I dirigenti della Catalogna s’immaginano che la solidità economica della Regione ne irrigherà la sovranità politica. Liberato dal fardello spagnolo, sollevato dal peso della solidarietà nazionale, il dinamismo catalano compirà prodigi! È un segreto di pulcinella che nemmeno l’estrema sinistra può ignorare: la borghesia locale intende trarre profitto dall’indipendenza per instaurare un modello neo-liberale. Però non è affatto certo che giovani e operai condividano il progetto e, per risolvere le contraddizioni, si fa certamente conto sull’illusoria aurea poetica che avvolge il referendum del 10 ottobre.
Non è tutto. I dirigenti di Barcellona vogliono lasciare la Spagna senza uscire dall’UE, vogliono fondare una «nuova nazione in Europa». È un progetto senza senso. Perché, se l’UE accettasse l’adesione di uno Stato secessionista, firmerebbe la propria condanna a morte. È vero che gli europeisti hanno ancora qualche asso nella manica e che alcuni di loro sognano di smembrare gli Stati nazione a profitto di Euro-Regioni. Però questo equivarrebbe a confessare che l’UE è una macchina che stritola gli Stati sovrani, sebbene sopravviva a fatica sforzandosi di accreditare l’immagine contraria.
Il giorno in cui una regione secessionista fosse ammessa nell’UE, come si potrebbe negare che l’Europa serve a svuotare la sovranità nazionale dall’alto facendola implodere dal basso? Abbattendosi sull’Europa, la sindrome separatista avrà il merito di far cadere la maschera?
 

 

ORIGINALE:
La syndrome séparatiste

 

 

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