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MALASANITÀ

Curarsi dallo Specialista Anonimo

I politicanti, democraticamente eletti dal popolo sovrano, hanno saccheggiato le casse pubbliche, cui non possono più accollare tutte le visite mediche specialistiche. Per farlo, dovrebbero smettere di rubare, il che è escluso, visto che comunque il popolo continuerà a eleggerli. Così tocca ai pazienti pagare di tasca propria queste visite. E siccome non tutti i malati possono permettersi le esose cifre degli specialisti bravi, la clinica privata si è inventata «gli specialisti bravini»: costano la metà di quelli bravi ma delle loro visite non incassano un euro. Ecco come i callidi padroni della sanità, ben protetti da tutt’i partiti in parlamento, sfruttano i medici che hanno abiurato la deontologia professionale e i malati che rinunciano, per codardia e ignoranza, a far valere i propri diritti.

di Gian Carlo Scotuzzi


Nomi e dettagli marginali sono alterati allo scopo di tutelare la privatezza dei protagonisti.

Il codice penale parla chiaro: il creditore che si fa pagare due volte per il medesimo servizio è un truffatore. È concetto sedimentato nel diritto naturale e pilastro di civiltà giuridica: se vai alla cassa e paghi un caffè e poi il cameriere che te lo serve ti chiede di pagarglielo di nuovo, tu rifiuti e se insiste gli dài del ladro.
Se tu, onesto lavoratore che da sempre paghi le tasse e dunque mantieni il Servizio Sanitario Nazionale, vai in un ospedale pubblico (o in una clinica privata convenzionata con la sanità pubblica) per una visita specialistica, e ti chiedono di pagarla, tu hai il diritto-dovere di rifiutare, proprio come il cliente del bar, per la buona ragione che la visita l’hai già pagata in anticipo, nella veste di contribuente di un apparato statale e regionale che ingloba anche il mantenimento di medici e ospedali.
Ma mettiamo pure che tu sia disoccupato. Momentaneamente o da sempre. Se non guadagni, non puoi contribuire alle spese dello Stato. Ebbene, questo Stato si è impegnato, nella Costituzione della Repubblica e nelle leggi che la attuano, a farsi carico non soltanto dei cittadini-contribuenti, ma di tutti i figli della Repubblica (e dei loro ospiti stranieri) in ossequio al principio fondamentale di ogni società civile, che cura TUTTI i propri membri, prescindendo dai quattrini che hanno in tasca. Ne deriva che, nel momento in cui ammali, anche tu, nullatenente, hai diritto a essere curato. E per cura si deve intendere tutto: visite, medicine, diagnostica, assistenza e ogni terapia.
Cari cinque lettori, non irritatevi: so bene quanto conosciate a menadito e condividiate questo abbiccì della civile convivenza e delle norme che lo onorano – altrimenti non frequentereste questo sito – ma richiamo l’uno e le altre a beneficio dell’ipotetico sesto lettore che incocciasse qui per la prima volta e che fosse estraneo, per ignoranza o vocazione, alla società civile.
Dunque, stabilito che la sanità pubblica è un diritto sacrosanto e che essa ha da essere rigorosamente gratuità pena negare, per il tramite della discriminazione censoria, la propria essenza equanime, vediamo cosa succede, per esempio nella Milano sedicente capitale morale d’Italia, se tu, disoccupato o lavoratore coi soldi contati, vai dal medico della mutua e questo ti prescrive una visita specialistica.
Ti spaventi e gli chiedi:
– Dottore, è grave?
– Solo uno specialista può stabilirlo. Ti consiglio, per precauzione, di consultarlo quanto prima, perché il morbo che sospetto evolve in un paio di mesi.
Con in mano la prescrizione del medico di famiglia e la tessera sanitaria, ti rechi nell’ambulatorio pubblico a prenotare la visita. Te la fissano fra otto mesi e passa. Sbarri gli occhi e obietti:
– Ma fra otto mesi e passa potrebbe essere tardi! Per questo il medico mi ha detto di sbrigarmi.
– Mi spiace, prima non c’è posto. Chieda al suo medico se le prescrive una visita d’urgenza.
Torni dal tuo medico di famiglia e gli chiedi quanto l’impiegata dell’ambulatorio ti ha suggerito di chiedergli. Ti risponde allargando le braccia:
– Non posso, perché il protocollo non contempla i suoi sintomi come suggestivi di una patologia richiedente un’indagine urgente. Se lo facessi, poi l’AST (ex ASL) mi sanzionerebbe, addossandomi il costo della visita specialistica. Non le resta che attendere il suo turno. Oppure prenoti una visita a pagamento.
Stramaledici la burocrazia sanitaria che ti nega ciò che ti spetta e ti rassegni a pagarti la visita. Poiché sborsi di tasca tua, tanto vale rivolgerti alla clinica privata convenzionata vicino casa, che conosci bene perché ci vai ogni tanto a fare gli esami del sangue.
Per scrupolo, provi anche qui a chiedere una visita gratis, cioè a carico della sanità pubblica. Hanno un posto fra 13 mesi!
Allora vai allo sportello Solventi e prenoti una visita con il dottor Bisturo, del quale tua sorella – che ha buon stipendio in Regione, fortunata lei! – ti ha tessuto le lodi. Bisturo è disponibile fra 15 giorni. Bene! Ma la tariffa ti stordisce: 210 euro!
– La madonna! – ti scappa detto alla sportellista.
– In alternativa le proponiamo una visita specialistica entro tre giorni lavorativi al prezzo di 100 euro.
– Con che medico?
– Non si sa, perché questo servizio garantisce la tempistica ma non è in grado di precisare il nome dello specialista.
– Non conoscete i medici che lavorano qui da voi?!
– Il fatto è che gli specialisti ruotano. Cioè: nel suo caso noi garantiamo che entro tre giorni, a una certa ora, sarà a sua disposizione uno specialista, che sarà scelto a caso tra quelli di turno quel giorno.
– Ma se non so chi è, come faccio a informarmi se è bravo, insomma se vale i 100 euro che chiede?
Ti stanno girando le balle e placchi a mezzabocca la sua replica:
– Senta, signorina, pago 210 euro al Bisturo e chiudiamola qui prima che dia fuori di matto!
Ma cavar di tasca tanti soldi con la stessa umiliazione con cui pagheresti due volte un caffè ti rode. Così, a cospetto del dottor Bisturo che ti mette a tuo agio demolendo ogni tuo timore reverenziale, non ti trattieni dal dire:
– Lei costa caro, professore, ma è tanto bravo!
– Molto meno di quel che ha pagato. Innanzitutto la mia tariffa non la decido io, ma è stabilita dalla clinica, che la gradua a seconda della mia produttività, cioè al numero dei miei pazienti. E comunque ha interesse a tenerla elevata, in modo da indurre un sempre maggior numero di pazienti a ripiegare sulle visite per così dire anonime, assai più remunerative per la clinica. I 210 euro che lei ha sborsato sono andati, per un terzo alla clinica, e sul rimanente ci pago le tasse, per cui mi restano 70 euro.
– Anche i 100 euro delle visite con gli Specialisti Anonimi vengono ripartiti alla stessa maniera?
– No, quelli vanno tutti alla clinica, salvo le eccezioni che dirò. Oltre che anonimi, questi specialisti sono condannati a erogare un servizio riduttivo a causa della loro alternanza. Se oggi ti visita Caio e alla successiva visita trovi Sempronio e alla successiva ancora trovi Antonio, viene meno la continuità di indirizzo terapeutico e incorri anche nel rischio di conflitti valutativi e metodologici fra medici.
– E perché questi medici accettano di fare lavoro straordinario gratis?
– Innanzitutto perché non possono rifiutare, pena il licenziamento. Vi siamo obbligati tutti, me compreso. Salvo eccezioni, come accennavo: i baroni e i figli-di ne sono esentati, o quantomeno incassano una percentuale dei 100 euro.

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