.
ilCronista.eu
 
 

 

CRONACA MINIMA

 

«Era meglio se abortivo»

 

di Gian Carlo Scotuzzi

 

Nomi e dettagli marginali sono alterati allo scopo di tutelare la privatezza dei protagonisti.

Entro in un bar di periferia, piccolo, arredo essenziale, semideserto. Faccio colazione al banco, presidiato da una ragazza che si rivelerà ventisettenne. Chiamiamola Bea.
Chiedo il conto e porgo una banconota da 20 euro.
‒ Non ha moneta? – fa lei.
‒ No.
– Un guaio, perché neppure io ce l’ho.
– Può andare a cambiare in uno dei negozi accanto.
‒ Non posso, perché il signor Edo non vuole lasci il bar quando sono sola.
‒ Allora ci vado io a cambiare.
‒ Mi spiace, il signor Edo mi ha proibito di far credito ai clienti.
– Non le chiedo credito. Vado a cambiare i 20 euro e torno a pagare.
– Per favore, signore, non mi metta nei guai.
Le è venuto il magone ed è avvampata di rossore.
‒ Beh, signorina, mi dia quello che ha.
‒ Non ho nulla in cassa, neanche un euro che uno.
‒ Ma sono le dieci del mattino, entrando ho incrociato due clienti che uscivano, come può non aver incassato nulla?
Posa entrambe le mani sul ripiano e si protende verso di me, per esalare:
‒ Il signor Edo ha appena vuotato il registratore di cassa.
‒ Senza lasciare uno spicciolo?!
‒ Sì, fa sempre così! Diciamo ogni paio d’ore, ma a volte più spesso, viene qui e porta via tutto quel che c’è in cassa.
Mi ci vogliono molta diplomazia, tanta pazienza e tanto mestiere per indurre la barista a continuare:
‒ Il signor Edo sta sempre nella sala giochi dei cinesi, qui a due passi. Ci trascorre gran parte del giorno e della sera a ficcare monetine nelle macchinette mangiasoldi. Quando li ha finiti, viene qui a rifornirsi. Se l’incasso del bar è magro se la prende con me, mi accusa di non accogliere i clienti come dovrei, di non metterli a loro agio, ma non è mica vero… lo vede anche lei come sono gentile, no? Credo che il signor Edo non vinca mai, o comunque, se vince, di soldi qui non ne ha mai riportati. Ed è un fatto che, in otto mesi che sto in questo posto, ho visto soltanto il primo stipendio. Ogni fine mese mi ripete il solito ritornello: che per lui è un brutto momento, che ha dovuto saldare i fornitori, che e che e che… però se continua a girare in Mercedes i soldi per la benzina deve averli. Lo so, signore, lei si chiederà perché non me ne vado. Il motivo è ovvio: perché non vedrei più i miei stipendi arretrati: me l’ha detto lui. Eppoi, guardi, di lavoro in giro non se ne trova, via di qui non saprei dove andare. E ci ho provato a trovare un altro impiego, Dio se ci ho provato! E così non posso sposare il mio compagno perché non abbiamo abbastanza soldi per metter su casa.
Piange a bocca spalancata. L’arcata superiore è monca di un paio di premolari e i canini sono rovinati. Mi chiedo quanti stipendi mancati totalizzerebbero il preventivo del dentista.

Alla cancelleria del tribunale faccio una visura camerale del bar. È intestato a Gennara, di 74 anni, che proclama di gestirlo direttamente. Non dichiara dipendenti e il nome di Edo non compare da alcuna parte, ma apprendo che è suo figlio. Sul bar incombe richiesta di fallimento.
Vado a trovare la signora Gennara. Occupa un bilocale lindo nel borgo a pochi chilometri dal bar. Mi spaccio per lo zio di Bea, racconto l’esito della visura e le intimo di saldare a mia nipote gli stipendi arretrati e guai se in futuro salta un mese. Lei congiunge le mani, nelle presa del rosario. Prorompe, anche lei col magone:
‒ Disgraziato! Ha fatto un’altra porcata!
Mi fa accomodare in cucinino, mette la moka sul fornello, scosta il ricamo bianco dal ripiano meschino addossato alla parete, allestisce tazzine e zuccheriera, racconta.
‒ Questa è l’ultima porcata che subisco da mio figlio! Basta! Negli ultimi anni mi capita sempre più spesso di farmi abbattere dalle sue asinerie e quando sono allo stremo, come ora, bestemmio e mi dico: Era meglio se abortivo. Proprio così. Se non avessi messo al mondo questo somaro ci saremmo risparmiati tutti tanto dolore: mio marito, che è morto di crepacuore dieci anni fa, poi il parentado, e naturalmente mi sarei risparmiata anch’io tante pene. E adesso quest’ennesima porcata! Ma lasci, caro signore, che mi sfoghi raccontandogliela dall’inizio.
«Mio figlio Edo ha 47 anni e non ha mai lavorato. Ha sempre fatto la bella vita alle spalle del prossimo. Siamo riusciti a mandarlo a scuola sino a 17 anni. Tempo perso. Non apriva un libro e stava giorni senza farsi vedere alle lezioni. Disperati, lo abbiamo mandato dal fornaio, amico fraterno di mio marito, a imparare il mestiere. Ci è andato un mese, poi è sparito, senza dare spiegazioni neppure a noi. È andato sulla Riviera Romagnola a dissipare i soldi rubati al fornaio. Quando è tornato, dopo un paio di mesi, ha trovato un pretesto via l’altro per spillarci quattrini: ora s’inventava un qualche corso di formazione in giro per l’Italia, ora l’ingresso in una cooperativa di soci-lavoratori, ora… Insomma una sfilza di bugie che ci hanno prosciugato i risparmi. E hanno mandato al creatore mio marito, come le ho detto.
«Edo saltava da un lavoretto all’altro. Stava qualche giono in una carrozzeria qui, poi in un’impresa di traslochi là… Tutti mestieri che lo occupavano per poche settimane. Ma, che lavorasse o no, mi chiedeva sempre soldi. Con la mia pensione e con la reversibilità di mio marito non riuscivo a fare la spesa un mese intero. Edo chiedeva sempre soldi. Mi indebitavo coi bottegai. Così ho messo a frutto la mia abilità sartoriale e ho cominciato a lavorare per un laboratorio di cinesi, dove accorciano pantaloni e sistemano gli abiti per pochi euro. Il mattino mi affaccio alla loro bottega, chiedo se c’è qualcosa per me e, se va bene, torno a casa col mio fagotto di cose da rammendare o da farci l’orlo o cose del genere. Certe giornate mi cavo gli occhi anche dieci ore al giorno alla macchina da cucire e al ferro da stiro. Eppure a fine mese mi ritrovo con meno di 300 euro. Meglio che andare a invocare la carità dei bottegai. Dovevo nascondere i soldi, anche gli spiccioli, perché Edo me li rubava. E quando non riusciva a trovarli mi minacciava: “Guarda, mamma, che se non mi dài qualcosa mi costringi ad andare a rubare”. Cioè a rubare anche agli altri, perché ladro del mio lo era già. Allora glieli davo. Un giorno l’ho seguito di nascosto sino a una salagiochi di cinesi. L’ho visto trafficare a una macchinetta e mi sono sentita morire perché è un genere di tragedia che conosco: un’amica carissima ha dovuto cacciare di casa il marito afflitto dal gioco compulsivo.
«Disperata, ho chiesto consiglio al parroco del quartiere e ho scoperto che conosceva Edo di cattiva fama. “Che posso fare, reverendo?” l’ho implorato. Lui mi ha preso le mani, me le ha strette e mi ha detto: “Questi sono ostacoli che si possono sormontare con tanto amore e tante preghiere. Coraggio, cara”.
«Allora mi sono rivolta all’ufficio comunale di assistenza sociale. Una  signorina mi ha ascoltato annuendo e dicendo continuamente “capisco, capisco”. Alla fine mi ha scritto su un foglietto il recapito di un gruppo di Giocatori Anonimi. “Ci mandi suo figlio, vada pure a nome mio, il coordinatore è molto preparato e ha salvato molte persone smarrite”. Bella pensata! Ma come dirottare Edo dalla salagiochi ai Giocatori Anonimi?
«Mi avvio verso casa col morale sotto i piedi, il ciac-ciac delle scarpe che porto senza lacci per via delle gambe gonfie, lo sguardo sulle strisce pedonali e… poi mi sono svegliata al pronto soccorso. Per farla breve, un ragazzo mi ha investita scaraventandomi lunga distesa e fratturandomi tre costole ed entrambi i polsi. Suo padre è medico condotto in un paese dell’hinterland e si è comportato da galantuomo. Mi ha proposto di risolvere la faccenda alla buona, e lui si sarebbe occupato di tutto: ospedale, medicine e badante, che per venti giorni è venuta a occuparsi di me. Mi ha risarcita sull’unghia e assai più di quanto mi aspettassi. Qualcuno mi ha detto che, rivolgendomi a un avvocato, avrei portato a casa molto di più, perché il figlio del medico, che in passato ha investito altre persone, non poteva permettersi l’ennesima causa in tribunale. Forse è vero… anzi, è senz’altro vero, ma io, dinanzi a quella manna di 30 mila euro ho ringraziato il Signore. E la mia unica preoccupazione è stata: adesso come faccio a impedire a Edo di sprecarli tutti alla salagiochi?
«La risposta me l’ha data mio figlio, la sera in cui il medico mi ha dato l’assegno. Dopo anni di disperazione, ho provato una grandissima gioia nel sentirlo fare un ragionamento da ometto perbene: “Mamma, approfittiamo di questa piccola fortuna per sistemarci entrambi. È una cifra modesta, ma, insieme a un po’ di cambiali, può bastare a rilevare una piccola attività dove io possa finalmente lavorare guadagnando decentemente. Sarò così impegnato da non avere tempo né voglia di buttare soldi nelle macchinette”.
«Paninerie, rosticcerie... mio figlio e io abbiamo passato in rassegna mangerie e botteghe di ogni genere senza trovare qualcosa di economicamente accessibile. D’altro canto mio figlio non sapeva far nulla e non poteva aspirare ad altro che al commercio, illudendosi come molti che fare il commerciante sia mestiere da tutti. E abbiamo scoperto che 30 mila euro sono una miseria. Così, quando abbiamo scovato un anziano vendeva il suo baretto senza pretese, l'ho rilevato. Ho venduto la casa dove abitavamo e che fu dei miei genitori. Bella posizione, in centro, due piani più il garage, circondata da giardino e orto per quasi mille metriquadri. Ho preso bene, perché l’immobiliare l’ha buttata giù per farci sei piani di uffici. Col ricavato ho preso questo miniappartamento e ho rilevato un bar per Edo, che se n’è andato a vivere con un’amica… Ed eccoci all’oggi della storia, caro signore, e vorrei tanto fosse la fine della storia, accidenti al giorno in cui non ho abortito. Pensi che la settimana scorsa quel disgraziato pretendeva vendessi questo appartamento e mi trasferissi all'ospizio, ovviamente dando il ricavato della vendita a lui! Mi sono talmente arrabbiata che gli ho urlato dietro: Vai all’inferno, figlio degenere!

Stamane, uscendo per recarsi alla sartoria cinese, la signora Gennara ha trovato, infilato sotto la porta, un foglio manoscritto del figlio.
Mi offrono un buon lavoro in Africa, purché parta subito. Ho accettato. Spero che finalmente le cose mi vadano un po’ meglio e di abbracciarti presto con buone notizie.
Tuo figlio.
Anche la signorina Bea, aprendo il bar, ha trovato analogo congedo.
– Quando l'ho letto mi è venuto un colpo. Ho telefonato al commercialista di Edo e gli ho chiesto: Adesso che faccio? E lui: Continui a fare il suo lavoro.
– Magari a fine giornata le resterà in cassa di che pagarsi lo stipendio.
– Ma ci crede, signore, che il commercialista mi ha detto la stessa cosa? Beh, quasi. Lui ha parlato di cominciare a pagare i fornitori, così lui può cercare di convincerli a darci fiducia e a rinunciare a chiedere il nostro fallimento. Sempre che il signor Edo non torni a metter le mani nella cassa.
– Forse in Africa si trova bene e non lo rivede più.
– Speriamo, sì.

©

 

 

TORNA ALLA PAGINA INIZIALE

 
x